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| Sri Lanka (LK) | 1 |
| Kenya (KE) | 1 |

PENA DI MORTE E LETTERATURA
Un tema come quello della pena di morte non è mai inattuale, e resterà presente e pressante anche fino a quando il più minuscolo Stato del mondo dovesse avere una tale barbarie nella sua legislazione e anche se essa venisse applicata solo ogni 1.000 anni.
Tra i modi di ripensare la propria opposizione ad essa, sosteniamo come sia utile e istruttivo riandare alla letteratura d’un tempo, ad una semplice descrizione in forma di prosa degli ultimi momenti di un condannato a morte, presente in un bel racconto di Leonid Andreev (1871-1919) intitolato I sette impiccati, scritto nel 1908 (ed. BUR, Milano 1989, pp. 19-108):
«Verner si rendeva conto che il supplizio non era semplicemente la morte, ma anche qualcosa d’altro, tuttavia si era proposto di accettarlo con calma, come una cosa estranea, e di vivere fino all’ultimo come se non fosse accaduto nulla e come se non fosse dovuto accadere. Solo così poteva esprimere il suo infinito disprezzo per la condanna a morte e conservare l’ultima libertà, quella dello spirito. Neppure dinanzi al tribunale – forse non lo avrebbero creduto nemmeno i compagni che conoscevano bene il suo orgoglio e la sua audacia – egli aveva pensato alla morte e alla vita; con una concentrazione profonda, con una calma attenzione, egli giocava mentalmente una difficile partita a scacchi. Giocatore eccellente, l’aveva cominciata, quella partita, il primo giorno di prigionia, e l’aveva continuata, ininterrottamente. E la sentenza che lo condannava a morte non aveva spostato un sol pezzo sulla sua invisibile scacchiera. […]
“Ebbene”, ribattè ad un’invisibile persona, “E’ tutto qui. Ma la paura, dov’è?”.
Infatti la paura non esisteva. Non solo, ma nasceva nell’anima qualcosa che le era opposto: il sentimento di una vaga ma ardita e immensa gioia. E l’errore tuttora irrisolto non gli dava più né dispetto né irritazione, ma gli suggeriva, esso pure, qualcosa di buono e d’improvviso, come se, dopo aver creduto morto un amico caro e vicino, fosse venuto a sapere che era sano e salvo, pieno di allegria. […]
E gli uomini si presentavano ai suoi occhi pieni di luce sotto un aspetto nuovo, cari e attraenti in un modo nuovo. Librandosi al disopra del tempo, egli vide chiaramente quanto giovane fosse quell’umanità che ancora ieri ululava come una belva nelle foreste; e ciò che prima gli appariva terribile, imperdonabile e malvagio negli uomini, gli divenne improvvisamente caro: come ci è caro in un bimbo il suo passo ancora incerto, il balbettio slegato, ravvivato da scintille di genialità, i buffi errori, le violenze. […]
“Cari i miei compagni!”, sussurrava, e piangeva amaramente. “Cari i miei compagni!”
Per quali vie misteriose era passato da un senso di fiera e sconfinata libertà a quella tenera, ardente compassione? Non lo sapeva, e non voleva saperlo. Ma compiangeva poi veramente i suoi compagni, o qualcosa di più sublime ancora, di più appassionato racchiudevano i sé le sue lacrime? Neppure il suo cuore nuovo, rinato sapeva.
Piangeva e sussurrava:
“Cari i miei compagni! Cari i miei compagni!”
Nessuno, né i giudici, né gli amici, neppure lui stesso, avrebbero riconosciuto in quell’uomo piangente e sorridente tra le lacrime il freddo, superbo Verner distaccato e insolente. […]
Il disco del sole si alzava sul mare.
I cadaveri venivano messi nelle casse. Poi li portarono via. Cadaveri dai colli allungati, dagli occhi sporgenti, dalla lingua livida e gonfia come un orribile fiore esotico tra le labbra coperte di schiuma sanguigna, rifacevano la strada appena percorsa da uomini vivi. E la neve primaverile era odorosa e soffice come prima, e ugualmente odorosa e vivida era l’aria della primavera. [...]
Così gli uomini salutavano il sole che si levava nel cielo».
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Leonid Nikolaevič Andreev (in russo Леонид Николаевич Андреев; Orël, 9 agosto 1871 – 12 settembre 1919)
Ogni trascinamento a pancia a terra
è fame grigia,
vita mossa all’esser prono,
putrido, funebre,
a passar tra gramigna e gramigna
mentre grano a grano taglia
chi tiene alta la testa
e sul diurno vetro si riflette,
smorzando il suo terrore.
Senza paura si vive
senza paura,
non strozza
la ruvida gogna
che chi annulla la mente nel vento,
nella notte agitando un bastone.
Compito dell’artista è cullare le vanità del mondo oppure distruggerle, buttando sempre un occhio alla propria.
David Bailly (1584, Leiden - 1657, Leiden), Autoritratto con I simboli della Vanità / Self-Portrait with Vanitas Symbols, 1651, Olio su tavola / Oil on wood, 65 x 97,5 cm, Stedelijk Museum De Lakenhal, Leiden